Dietro una programmazione troviamo sempre un allenatore, figura che non viene mai analizzata e di cui vorrei provare a descriverne le caratteristiche. Innanzitutto si deve distinguere un allenatore professionista (ovvero colui che allena atleti professionisti o giovani agonisti che aspirano ad esserlo) ed un allenatore amatoriale, sono due lavori completamente diversi. Un allenatore professionista deve essere in grado di visualizzare le caratteristiche primarie di qualsiasi atleta in pochi passaggi, per acquisire questa sensibilità è necessario che l’allenatore abbia affrontato dei percorsi precisi: 1) Aver avuto una carriera da atleta almeno a livello nazionale 2) Aver elaborato competenze scientifiche con percorsi formativi strutturati (non quelli proposti dalle varie Federazioni) 3) Aver gestito una squadra agonistica in cui abbia formato ed allenato un numero rappresentativo di atleti con riscontri almeno di livello nazionale. Tutto questo non significa escludere automaticamente da una carriera professionale tutti gli allenatori che non abbiano avuto questi percorsi, però ritengo vadano evidenziate delle referenze precise che un allenatore dovrebbe avere se vuole definirsi un professionista, altrimenti diventa una figura mitologica piuttosto che professionale. Nel circuito di Coppa del Mondo si vedono tante cose, riscaldamenti assurdi e analisi tecniche approssimative, magari approntati da allenatori di atleti di altissimo livello. Non basta essere l’allenatore di una campione del mondo per essere definito un professionista, se hai la fortuna di sederti sopra una Ferrari inevitabilmente quella macchina andrà forte, a prescindere dalle qualità di chi la guida. Altro aspetto che ci tengo a sottolineare è la modalità con cui molto spesso un allenatore si inserisce all’interno di una Federazione Nazionale e si rapporta con gli atleti. La figura che emerge nei contesti internazionali si avvicina molto più al ruolo di accompagnatore piuttosto che a quello di allenatore, il motivo è legato alle referenze di cui parlavo prima, le Federazioni Nazionali offrono opportunità di lavoro senza richiedere referenze precise, avere una allenatore non professionista può essere una scelta politica, si instaurano delle dinamiche più semplici da gestire. Questo è il motivo per cui nel circuito si incontrano spesso accompagnatori o al contrario personaggi dall’ego smisurato, ma sempre più raramente allenatori professionisti. Concludo un discorso che meriterebbe una analisi ben più ampia mettendo in evidenza il rapporto atleta-allenatore, a volte frainteso o dato per scontato. È diventato ormai luogo comune enfatizzare la centralità dell’atleta in questo rapporto, lo ritengo completamente sbagliato, anzi è il presupposto per trovarsi al fianco un accompagnatore piuttosto che un allenatore. Un rapporto si costruisce in due, un atleta prima di essere atleta è una persona ma anche dietro un allenatore c’è sempre una persona, con la sua identità, le sue caratteristiche, la sua personalità, se sei un professionista questo deve esserti ben chiaro, sia all’allenatore che all’atleta. Altrimenti va bene un accompagnatore ed il cerchio di questo ragionamento si chiude.