
La resistenza è
quella capacità condizionale che permette di protrarre lo
sforzo nel tempo, in relazione all’intensità.
In arrampicata è fondamentale sottolineare
il termine intensità, perché questa nella quasi totalità
delle vie varia continuamente. Tranne che in competizione dove si
cerca di rendere l’itinerario il più omogeneo possibile,
in falesia i cambi di ritmo sono frequenti, soprattutto in placca.
Considerando che anche il tempo della prestazione può variare
(in competizione è indicato solo il tempo massimo), possiamo
affermare che l’allenamento della resistenza in arrampicata è
una questione molto complessa.
Come per la forza, i muscoli che pongono dei limiti nel protrarre
lo sforzo sono i flessori della mano e delle dita. I
meccanismi energetici che entrano in gioco sono quello anaerobico
lattacido e quello aerobico. Il primo ricostituisce le molecole
di ATP senza bisogno di ossigeno, rilasciando nel muscolo acido
lattico. Il secondo ricostituisce le molecole di ATP in presenza
di ossigeno, rilasciando acqua ed anidride carbonica. La glicolisi
anaerobica è un sistema che produce più velocemente
ATP rispetto a quello della fosforilazione ossidativa (64 molecole
invece di 36 nell’unità di tempo). Per contro mentre nei
processi ossidativi la molecola di glicoso viene completamente degradata
fornendo 36 molecole di ATP, nella glicolisi anaerobica una molecola
di glicoso fornisce solo due molecole di ATP. Quindi il meccanismo
anaerobico è più potente ma meno efficace, consumando
grandi quantità di glicogeno e rilasciando acido lattico,
sostanza che inibisce la contrazione muscolare. La possibilità
che i nostri bisogni energetici vengano soddisfatti dai meccanismi
aerobici dipende sostanzialmente dall’intensità dei movimenti
e dalla nostra capacità di consumare ossigeno. Il
massimo consumo di ossigeno è limitato da due fattori: la
gettata cardiaca e la capillarizzazione. Il meccanismo anaerobico
lattacido è limitato dalle riserve di glicogeno muscolare
e dalla tolleranza dei tessuti all’acido lattico.
Proviamo a ricondurre queste premesse all’arrampicata: quando un
arrampicatore cade nella maggior parte dei casi avverte un dolore
all’avambraccio dovuto ad un accumulo di acido lattico, che porterebbe
ad individuare i meccanismi della glicolisi anaerobica come pricipale
limite. Questo è vero solo in parte; credo che a parità
di intensità per migliorare la resistenza sia più
importante intervenire sui livelli di forza assoluta e di massimo
consumo di ossigeno, piuttosto che su quelli della capacità
lattacida per le seguenti ragioni: 1) aumentando
i livelli di forza si aumentano le riserve iniziali di ATP e PC,
ma anche la possibilità di far lavorare in maniera asincrona
le fibre muscolari, permettendo a queste di essere ricaricate in
parte dal sistema aerobico; 2) alzando la capacità di consumare
ossigeno si ritarda e successivamente si limita la portata richiesta
dal meccanismo anaerobico lattacido. Tra l'altro questa metodologia
limita quegli allenamenti che producendo grandi quantitativi di
acido lattico, intossicano fortemente la muscolatura. Questo discorso
sicuramente non è valido per gli atleti che partecipano a
competizioni di difficoltà o che puntano a realizzare on
sight su pareti strapiombanti senza punti di recupero. In questi
casi l’intensità protratta per lunghe sezioni è talmente
alta da obbligare ad effettuare allenamenti specifici che migliorino
la capacità lattacida.
Gli esercizi specifici che allenano la resistenza si dividono in
due grandi categorie: quelli che si sviluppano in unica soluzione;
quelli che si sviluppano con delle ripetute intervallate da momenti
di recupero. Tra questi due sono da preferire i primi in quanto
in genere più specifici avvicinandosi maggiormente al tipo
di impegno richiesto da una via. La durata può variare dai
due ai dieci minuti ma quello che risulta fondamentale è
la tracciatura: gli errori tipici sono: inserire un boulder che
fa cadere troppo presto; abbassare troppo l’intensità degli
ultimi movimenti.( esercizi resistenza)
Consigli:
- nella maggior parte dei casi può essere sufficiente allenare
la forza ed arrampicare in falesia per riuscire ad aumentare i
propri livelli di resistenza
- se non siete atleti di alto livello non effettuate esercizi
di resistenza esaurienti; la muscolatura viene fortemente intossicata
e chi non è particolarmente allenato ha bisogno di tempi
di recupero molto lunghi
- inserite sempre gli esercizi di resistenza nell’ambito di una
programmazione che preveda periodi di scarico
- se vi dedicate prevalentemente al boulder su roccia l’allenamento
della resistenza può anche essere trascurato; migliorerebbe
solo i tempi di recupero tra un tentativo e l’altro senza migliorare
la prestazione in termini assoluti
- chi partecipa a gare di boulder dovrebbe inserire nella programmazione
dei periodi di allenamento per aumentare il massimo consumo di
ossigeno; questa qualità migliora il ripristino delle riserve
energetiche tra un boulder e l’altro
- abituatevi ad arrampicare stanchi: molti cadono con ancora parecchie
energie a disposizione arrendendosi ai primi segnali di stanchezza;
sono meccanismi di difesa che il corpo attua per non affaticarsi
troppo, ma che possono essere gestiti allenandosi nella maniera
giusta. E’ una questione di volontà, è questa che
ci permette di mantenere la stessa concentrazione anche in condizioni
di affaticamento. Un esercizio utile per sviluppare questo tipo
di sensibilità è quello di aggiungere 10-15 prese
piccole e vicine al termine di un traverso impegnativo; questi
ultimi movimenti devono essere di intensità medio alta
ma di basso impegno tecnico
- perché un esercizio di resistenza sia efficace, la tracciatura
deve prevedere un giusto compromesso tra intensità e durata;
se vi allenate con qualcuno più esperto che conosce il
vostro livello, lasciate che sia lui a tracciare
- indirizzate la vostra attenzione anche verso la ricerca del
ritmo e della modulazione. Ogni sequenza di movimenti ha un suo
ritmo che va capito ed interiorizzato per progredire con il miglior
dispendio di energia. A questo va aggiunta la modulazione della
forza con cui stringere le prese, che và tarata a seconda
delle effettive necessità
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