
Ho iniziato ad arrampicare a quindici anni... quindi,
da venti anni trascino il mio corpaccione verso la sua verticale.
Sono una persona istintiva, le mie scelte sono necessità,
sono quello che devo fare.
Realizzare questo sito è stato uno spunto per pormi una domanda:
perché ho iniziato ad arrampicare, o meglio perché
ho continuato ad arrampicare?
E sì perché per un ragazzo di quindici anni, con le
possibilità che offriva l'arrampicata venti anni fa, la risposta
non è così evidente. Le competizioni non esistevano
e arrampicare significava spararsi trecento chilometri a domenica
per spalmarsi su delle placcazze stile mano destra piede sinistro.
I tramonti. Il sole quando d'inverno va giù lasciandomi solo
ed ubriaco di stanchezza, mi fa un regalo incredibile. È un momento
completo, una sensazione unica. È come se non ci fosse bisogno
di altro.
Adesso capisco perché ero sempre l'ultimo ad arrivare alla
macchina, dove venivo regolarmente sbeffeggiato per la lentezza
con cui rifacevo lo zaino. "A ciclò ancora lì? Oh
noi intanto scendiamo", "...va bene.".
Perché ciclope?!
La risposta non è dovuta alla presenza di un grande occhio
centrale, ma piuttosto alla mia struttura fisica.
Nei primi tempi in cui andavo ad arrampicare fui notato da due climber,
già all'epoca assidui praticanti di quello che diventerà
il cavallo di battaglia dell'allenamento "made in Rome", bistecche,
poca acqua, tanta forza (risultato tendinite cronica).
Il climber più giovane disse: "oh a'nvedi quello, è
proprio un ciclope". Bhe si, ero decisamente robusto già
a quindici anni, non come quegli atleti che da un anno all'altro...Così
diventai "ciclope".
Inizialmente non mi piaceva, poi mi ci sono abituato, adesso penso
di essermici affezionato.
Passai il primo anno a chiedermi in che maniera
avrei potuto simulare i gesti che affollavano le mie domeniche.
Lo sportello della scarpiera di mia madre fù la risposta.
Chiaramente il primo tentativo di costruirmi quello che sarebbe
dovuto diventare un trave andò fallito; mi occorse un secondo
sportello per completare l'opera.
In famiglia non furono molto contenti dell'inizio dei miei allenamenti,
soprattutto la mamma.
I primi quattro anni non mi dedicai molto all'arrampicata, anche
se mi piaceva andare in giro a scalare a vista.
Ero impegnato con un altro sport che praticavo agonisticamente da
sette anni: il taekwondo di cui sono stato campione regionale (quindi
occhio...).
Il mio allenamento consisteva nell'arrampicare e nel provare a distruggermi
le mani con quel pezzo di legno infernale che mi ero costruito.
Le prese non offrivano l'ergonomica sensazione dei moderni travi
di resina, ma bensì tacche di legno affilate come lamette
e neanche tanto regolari. Fortunatamente iniziai l'Isef ed i primi
esami mi suggerirono che poteva esserci un'alternativa alle tendiniti
comodamente alloggiate nelle mie falangi.
Così iniziai ad allenarmi con un minimo di criterio anche
grazie all'utilizzo dei primi muri artificiali.
Ciò che aggiunse veramente qualcosa alle mie esperienze verticali
fù partecipare al campionato italiano nel 1989 a Torino.
Mi era piaciuta quell'esperienza, mi era piaciuto qualcosa che non
riscontravo nelle domeniche in falesia.
Era la tensione emotiva; sentire come il mio corpo reagisce alle
emozioni è una sensazione che mi affascina.
Volevo assolutamente trasferire questo piacere in falesia. Provare
delle vie che avevano salito arrampicatori più forti di me
e lontano da casa fù la direzione giusta per il tipo di ricerca
che a me interessava. Il mio primo 8a+ fù "tabou" a Buoux
(Francia), il primo 8b "la rose et le vampire" a Buoux, il primo
8c "macumba club" ad Orgon (Francia).
Sicuramente non sono le vie più indicate per provare ad alzare
il proprio grado; se un mio allievo volesse provare un 8b di certo
non consiglierei "la rose" con il rischio di perdere il cliente
al ritorno dalla vacanza.
Ma quella era la mia strada; avevo bisogno di mettermi in difficoltà
e vedere quello che succedeva.
Provare una via come "macumba" fù un'esperienza
che fece cambiare il mio modo di arrampicare.
La simpatica vietta proponeva un bulderino tutto dita e piedi dopo
avermi svuotato entrambi gli avambracci. Il mio stile "stringi e
con calma raggiungi la presa successiva" proprio non funzionava,
almeno per il mio livello di resistenza. Le energie con cui partivo
andavano centellinate e le prese strette il minimo indispensabile:
meglio arrampicare nell'incertezza per trenta movimenti, che arrampicare
con estrema sicurezza, ma fermarsi dopo i primi dieci.
Mi resi conto che ogni via ha un suo ritmo, scritto nella sequenza
degli appigli ed appoggi, nell'inclinazione, nella lunghezza, ed
in tutte le sfumature che caratterizzano una determinata linea.
Se stai provando una via che è al di sotto delle tue possibilità,
questa analisi può anche essere trascurata, ma se sei nella
zona limite, è indispensabile prenderne coscienza. La roccia
è dura, non regala sorrisi, è il nostro spirito di
adattamento che può aiutarci a salire.
Quando ho salito in libera questa via non ho portato a casa una
realizzazione, ma una maniera diversa di arrampicare.
Quello che arricchisce la vita di una persona non è il grado
superato o il piazzamento ottenuto in competizione, ma la ricerca
che c'è dietro queste esperienze.
Arrampicare è un mezzo per imparare a conoscersi,
il 6b, l'8a, il 9c, sono soltanto numeri.
COPPA ITALIA BOULDER - 1° Classificato
Roma, 25/4/2004
Blocco n° 5: "Al di là del freddo,
delle scarpette che scivolano sui materassi fradici, del pubblico
troppo vicino, del giudice di blocco che ti consiglia di guardare
bene, di alcuni atleti che si girano verso i blocchi che devono
ancora affrontare (seguono i consigli del giudice di blocco), degli
sguardi stupidi di chi si chiede perché a 35 anni stò
li seduto ad aspettare il blocco n° 5, io aspetto. Finchè
due atleti, poco lungimiranti, si mettono a commentare la loro gara
a ½ metro da me; capisco che le cose sono andate abbastanza
male per tutti, ma io devo ancora finire la mia gara! Mi alzo dalla
sedia con la voglia di vincere, quella insana pazzia che mi prende
quando stò per liberare un progetto che provo da sempre.
Leggo.., mi sembra facile.., mi sbagliavo. Al terzo movimento mi
pianto, dovrei spostare la mano sinistra, ma la mano destra non
ne vuole sapere di stringere quella lista che da sotto sembrava
molto accogliente. Rimando il problema aggangiando il piede sinistro
dietro lo spigolo, muovo la mano sinistra e provo a caricare il
rovescio; provo, perché l'unica sensazione di caricamento
è quella che finisce sul piede destro che si stà chiedendo
quanto peso dovrà ancora sopportare. Lo accontento subito
sfilando il sinistro dall'aggancio : 62 kg che velocemente devono
spostarsi se non vogliono venire risucchiati dagli invitanti materassi
che aspettano a braccia aperte. No, per ora aspettano, la presa
dopo è ben spazzolata e la mano accolla. Accoppio, sposto
il piede sinistro, il destro e guardo... L'ultima presa è lontana,
sicuramente svasata e non si vede la superficie dove dovrà
appoggiare la mano.
Per un momento lunghissimo ho paura di sbagliare e penso che cadere
sarebbe la scelta più conveniente.
Vaffanculo! L'unica scelta che abbia un senso è provare a
fare quello che mi piace!!
In fondo la vita dura così poco
Alessandro
|